Archivio di gennaio 2010

Agostino Bagnato intervista Cynthia Korzekwa

mercoledì, 27 gennaio 2010

dalla Rivista Albatros on-line

L’ESPERIENZA, CATEGORIA DELL’AGIRE UMANO NELLA VITA  NELL’AMBIENTE E NELL’ARTE

Di Agostino Bagnato (del 27/03/2006 @ 15:05:26, in Interviste e Interventi,) 


La pittrice americana Cynthia Korzekwa, da anni residente a Roma, presenta la sua formazione culturale e artistica, il giudizio sulla realtà italiana e le aspirazioni per l’Italia dei prossimi anni.
Cynthia Korzekwa è orgogliosa dei suoi 52 anni. Li dichiara come una bandiera, un vessillo di festa. Ha ragione a farlo, perché è bellissima, piena di energia e di voglia di vivere, entusiasta del proprio lavoro. E’ giunta in Italia circa 25 anni fa per completare gli studi artistici e vi è rimasta,
vivendo tra la Toscana e Roma. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti a Venezia, Firenze e Roma, con qualche puntata a Brera, prima di trasferirsi definitivamente a Roma. 

 
Nata a San Antonio, Texas, nonno paterno polacco, da cui il cognome inconfondibile e di difficile pronuncia, cresciuta dalla balia messicana che l’ha introdotta alla musica e alla cultura del proprio paese, formatasi all’Accademia di Belle Arti della città natale, del Texas ha ereditato il senso dello
spazio ampio, sintetizzato nel proverbio “Quando vedi il fumo del camino del vicino, cambia casa perché manca l’aria!”, il pragmatismo che è diventato un vero e proprio abito mentale, il realismo con cui guarda alle cose della vita, la concretezza nelle scelte e nelle realizzazioni. Questo arrogante; al contrario, Cynthia è una donna gentile, premurosa, dotata di un fortissimo senso dell’amicizia e della famiglia. Adora i due figli e l’uomo che ama. 

 
La sua pittura è stata subito caratterizzata da un legame con la realtà, rifacendosi alla figurazione in chiave caricaturale, ricorrendo al linguaggio dei cartoon ma con una cifra assolutamente originale che l’allontana dalla Pop art . Il forte cromatismo delle sue carte e tele a olio con l’ausilio di pennarello e inchiostro di china, accanto ai disegni e alle sculture realizzate con materiali di risulta,  rende inconfondibile l’arte di Cynthia Korzekwa. L’apprezzamento della critica è stato immediato e anche il pubblico l’ha seguita con attenzione e interesse. Nello studio che ha aperto da qualche anno nel quartiere romano di S. Lorenzo si rifugia per realizzare i segmenti del suo percorso artistico, con serenità e sicurezza di esito. La sua disponibilità a esprimere giudizi e opinioni sulla  realtà italiana è immediata, analoga a quella che ha nei confronti del mondo dell’arte. Anche questo appartiene a quel pragmatismo che nasce dall’esperienza, come ha più volte precisato, frutto della sua interiore natura e dell’insegnamento di John Dewey, filosofo che considera un vero e proprio maestro.  E’ un vero piacere incontrare Cynthia Korzekwa e parlare lungamente degli argomenti di comune interesse. 


Come giudichi la situazione italiana sul piano generale, con  riferimento al costume e alle abitudini? Cosa è cambiato rispetto al tuo arrivo dal Texas quasi 25 anni fa? E come sarà l’Italia dei prossimi anni? 


E’ difficile dare una risposta. Vorrei rifarmi a un concetto  che ho definito della torre di Pisa, in quanto si percepisce  una situazione di pericolo. Per questo sono preoccupata, come donna, come madre e come artista. L’Italia, in effetti, non è cambiata rispetto al mondo, non è riuscita a mettersi a passo con i tempi della globalizzazione. Appare ingessata e questo è un aspetto che deve essere approfondito.


Quali sono le ragioni di quella che tu chiami ingessatura?  


Ci sono motivi storici e culturali profondi che riguardano la natura di essere degli italiani. Ma la responsabilità maggiore è della classe politica.


In che senso?  


I cittadini delegano tutto alla politica. Lo spirito di partecipazione alle scelte fondamentali del paese è molto scarso, proprio perché da sempre è prevalso questo senso di delega. Purtroppo, la classe politica non è adeguata per far fronte alle esigenze di crescita e di sviluppo del paese nel  suo complesso. E a soffrirne sono proprio coloro che delegano. 

 

Ma qual è la colpa maggiore dei cittadini che porta a questo senso di distacco dalla vita civile e che si traduce nella delega alla classe politica delle scelte fondamentali di una società?


Io noto una diffusa assenza di responsabilità e di capacità concreta di partecipazione, al di là delle enunciazioni. Manca un sufficiente spirito solidaristico, tranne rare eccezioni, a causa della mancanza di preparazione e di esperienza. Inoltre, la popolazione soffre di un eccessivo bombardamento televisivo che fornisce informazioni che non si ha il tempo di selezionare. Per cui accade che l’informazione, invece di  avere un effetto positivo sull’individuo, si traduce in un’accettazione passiva.


Cosa intendi dire? Puoi fare un esempio?


L’esperienza prepara il futuro. L’uomo non può vivere in apnea, in attesa che qualcuno decida e agisca per lui. Il filosofo americano John Dewey, che tu conosci bene, ha  insegnato il valore dell’esperienza, sia in via teorica in testi fondamentali della cultura del Novecento, sia nell’applicazione pratica attraverso la sua pedagogia, quella che passa come “attivismo pedagogico”. Questa pratica purtroppo non è diffusa in modo sufficiente in Italia. 

 

Dewey sostiene che l’arte non è un’attività avulsa dalla concreta e comune esperienza, ma è un attivo apprezzamento di quegli aspetti qualitativi e formali che appartengono a ogni
situazione reale. Sei d’accordo con questa teoria? 


Assolutamente sì. Nel suo saggio fondamentale L’arte come esperienza del 1934, Dewey sostiene che, se il camminare esige di per sé una certa coordinazione e armonia di movimenti, la danza solleva tale armonia a fine intrinseco e ad autonoma fruizione estetica. Così è la pittura che riesce a esprimere il senso della realtà con immediatezza. Tu vivi in Italia da molti anni, sei cittadina italiana, i tuoi figli sono nati in questo paese. Di conseguenza, quello che accade in Italia ti tocca da vicino. 

 


Posso domandarti come vedi l’Italia dei prossimi anni? 


Non sono ottimista, perché non riesco a vedere un futuro roseo, proprio a causa dell’arretratezza di cui parlavo prima. L’evoluzione è difficile perché manca la consapevolezza delle scelte da compiere, compreso sacrifici duri quando è necessario. La delega alla classe politica, di cui ho parlato prima, impedisce di assumere consapevolezza sufficiente sulle reali difficoltà del paese. Di conseguenza, prevale l’informazione distorta per la popolazione teledipendente. Intendo dire che è la televisione a fare l’esperienza per noi. Poiché la televisione è usata male, non contribuisce a educare e a dare quella consapevolezza necessaria, la conseguenza è la mancanza di un corretto rapporto con la realtà.

Puoi spiegarti meglio?

La realtà viene fatta dalla televisione e non corrisponde alla verità. Di conseguenza, lo spettatore ha un rapporto con una realtà che non esiste, si costruisce una esperienza artificiosa che non aiuta ad assumere consapevolezza e responsabilità.

Cosa bisognerebbe fare?

Mi pare necessario avviare un vasto processo educativo, creando una sorta di biblioteca personalizzata da cui ricavare e assumere le informazioni che servono all’individuo contemporaneo a farsi un vestito mentale adeguato ai tempi. Io parto sempre da questo esempio: se ho davanti agli occhi un libro di bellissime poesie russe, ma non conosco la lingua, quel libro è muto, per me. Lo stesso accade con l’informazione. Non c’è soltanto la televisione, ma anche Internet. La messe di dati informativi è smisurata, ma se non si conosce il linguaggio del computer, se non si è in grado di navigare online correttamente, se non si è capaci di selezionare le informazioni, anche Internet serve a poco. Di conseguenza, la formazione e l’educazione sono fondamentali. Ecco perché parlo di biblioteca personalizzata.


Come vedi l’economia italiana?

Al di là delle cifre ufficiali dell’Istat, di Eurostat e del governo, mi pare che la situazione sia molto difficile in generale, mentre per alcune categorie è molto pesante, come per i pensionati. Facendo una comparazione con l’economia Usa che influenza il resto del mondo, si ha il senso del  fallimento del capitalismo come produttore di giustizia sociale. In America l’economia va avanti perché le persone si indebitano per consumare e andare avanti. Si tratta di una situazione drogata. Non si può mettere troppa aria in un palloncino, perché scoppia.

E tutto ciò cosa c’entra con l’Italia?

Si sta ripetendo qui la stessa situazione americana. Per consumare, la popolazione s’indebita; per arrivare alla fine del mese, non è un mistero che anche in Italia si ricorre al prestito incentivato dalle banche, con forme che rasentano la pirateria. Poiché l’economia capitalistica è basata sulla circolazione delle merci e sul consumo a ogni costo, va da sé che non potrà reggere a lungo. Quale sarà il prossimo ciclo? Nessuno può dirlo. Ma quello che appare incontrovertibile è  che il capitalismo, nonostante i suoi trionfi, proprio per la logica del consumismo sfrenato, distrugge le risorse naturali che non sono inesauribili e l’ambiente che non è rinnovabile.

Hai qualche suggerimento al riguardo?

Lo sviluppo è produzione di ricchezza, ma deve essere equo e solidale, non deve togliere a molti per dare a pochi. Questa giustizia sociale il capitalismo non riesce ad assicurarla.

Cosa pensi delle politiche culturali del governo italiano?

Meglio cambiare argomento. Quando vedo Rocco Buttiglione in televisione mi viene una tristezza infinita e penso che dovrebbe darsi una spolverata in ogni senso. Come si fa a costruire e gestire politiche culturali moderne con la visione del mondo chiusa e clericale come quella del ministro? Ricordi la figura che ha fatto al Parlamento europeo, quando era candidato al ruolo di commissario…

Cosa cambierà con le prossime elezioni politiche? Il 9 e 10 aprile sarà un appuntamento importante per il futuro dell’Italia, non pensi? Cosa ti aspetti da questo importante appuntamento?

Sono preoccupata. Se dovesse vincere nuovamente Silvio Berlusconi e la coalizione di centro-destra i problemi del paese si aggraverebbero, perché continueranno a prevalere logiche di potere, di parte e di carattere personale, a dispetto di quella assunzione di responsabilità e partecipazione dei cittadini. Lo spirito del clientes , nel senso concepito nell’antica Roma, si accentuerebbe ancora di
più, compresa quella sotterranea illegalità che è una caratteristica della cultura di destra. Sento dire da molti che, se dovesse rivincere Berlusconi, lasceranno l’Italia. Il  clima diventerà pesante e l’arroganza porterà questa gente a compiere atti contro la democrazia e la libertà delle persone.
I prodromi si sono visti proprio nell’ultimo periodo, con  leggi pericolose e sbagliate. Io spero che vinca il centro-sinistra, anche se non mi entusiasmano i leader dell’Unione. Ma almeno c’è un programma,  un’idea di futuro, una scelta di campo contro la guerra… Non è poco. Mi auguro che Romano Prodi riesca a portare l’Unione al successo e ridare una speranza all’Italia e agli italiani.

Cosa rimproveri al centro-sinistra, pur auspicandone il successo elettorale?

La mancanza di un’anima che faccia distintività e carattere. Forse la ragione va ricercata nel carattere eterogeneo della formazione, ma mi piacerebbe una maggiore capacità di agire
per rompere le incrostazioni culturali della storia, sulle quali il peso della Chiesa sono ancora rilevanti. Inoltre, il centro-sinistra dovrebbe fare uno sforzo per non parlare a se stesso, in quanto si ha sensazione che tutto è fatto per contenere le divisioni.


E’ un male della politica italiana in generale, abituata a parlare a se stessa…  Il politichese che viene rimproverato a tutti…

Esattamente. Io sono americana e sono cresciuta nel pragmatismo. Oggi la mia quotidianità è interamente italiana. Per questo soffro nel vedere le cose che non funzionano.


Hai un suggerimento da offrire alla politica?

Sì. Io vorrei che chi decide di fare politica, debba superare un esame di idoneità, sia per quanto riguarda le capacità sia per l’onestà. Si tratta di un problema etico e morale allo stesso tempo. La politica invade la nostra quotidianità e il cittadino ha il diritto di sapere che colui che si accinge a
governare, anche se scelto dalla gente, ha le qualità per poterlo fare. Non basta la propaganda elettorale per selezionare in modo corretto la classe politica a livello locale e nazionale.

Come valuti il cinema italiano?

Non sono molto interessata al cinema in generale. Mi piacciono i film che divertono. Io ho bisogno di ridere e per questo sono interessata alla cinematografia che tratta argomenti divertenti, con intelligenza e originalità.

Che rapporto hai con la narrativa?

E’ tanto tempo che non leggo un romanzo. Ho perso il gusto per la narrativa contemporanea. Naturalmente leggo ciò che mi interessa, ad esempio saggi sull’ambiente, sulla  sostenibilità, sulle politiche di difesa della natura di cui noi facciamo parte.

Qual è l’ultimo libro che hai letto?

Un libro veramente utile. S’intitola Perché le donne non sanno leggere le cartine stradali e gli uomini non sanno chiedere informazioni , di Barbara Pearch, una scrittrice australiana molto interessante.

Ascolti musica durante il giorno quando lavori?

Sono cresciuta nel Texas al ritmo e con i suoni della musica messicana. La mia balia era originaria del Messico e mi ha insegnato molti canti della sua terra. Mi piace la musica movimentata, veloce, che fa venire la voglia di muovermi e di  ballare. Quando lavoro nello studio, di fronte alle tele e ai
materiali che utilizzo per le mie creazioni, mi muovo continuamente.

Tu sei un’artista contemporanea dal linguaggio molto originale, personalissimo. Cosa pensi dell’arte contemporanea, dunque?

Sono due anni che non metto piede in un museo, che non visito gallerie e mercanti d’arte, che non compro e consulti riviste d’arte. Preferisco affidarmi a Internet per le mie ricerche e tenermi informata.

Il tuo sito Internet è molto bello, animato e colorato. Corrisponde alla tua personalità, quasi una proiezione del tuo stato d’animo e quindi può essere considerata un’installazione nell’ambito della web art…

Ho studiato a lungo il linguaggio del computer proprio per essere in grado di sfruttarne le applicazioni possibili. L’artista non può fare arredamento, ripetere stilemi abusati, ma deve aiutare la cultura a rinnovarsi. L’artista fa spettacolo come se fosse in televisione attraverso Internet.
Il mio blog risponde a questa logica di comunicare…

Qual è il tuo concetto di estetica?

Mi piace parlare di estetica del quotidiano, quella che  s’incontra ogni giorno quando si apre la finestra e si osserva il cielo terso e azzurro, gli alberi verdeggianti, la bellezza della città. Non si tratta di uno stato d’animo, ma quello che percepisco dall’osservazione della natura. Se il cielo è
bello, se il sole scalda per me tutto ciò è estetica. L’estetica deve corrispondere al gusto, nel senso che quanto ci sta sotto gli occhi, quando è bello, si trasforma in gusto e contribuisce ad arricchire il nostro patrimonio di  conoscenze. Questo patrimonio diventa gusto e rende migliore la nostra giornata e la nostra vita.

Mi pare di capire che l’estetica per te non ha una implicazione di carattere filosofico…

No. La filosofia non mi appartiene come componente della creazione artistica, anche se non nego che il concetto di  estetica ha una sua valutazione nella filosofia dell’arte.

Quali sono le principali differenze tra gli Usa e l’Italia per quanto riguarda il mercato dell’arte?

In Italia qualche volta non ci si rende conto che il Rinascimento è finito circa cinquecento anni fa e non può tornare nelle stesse forme. Non si può vivere di eredità, ma occorre sviluppare continuamente nuovi linguaggi. Se si escludono il futurismo e il periodo metafisico di De Chirico,
Carrà e Morandi non c’è nulla di nuovo in Italia nel campo dell’arte. Ci sono stati e ci sono grandi artisti, ma non hanno inventato niente. In America, trattandosi di una nazione giovane, non avendo un passato ingombrante alle spalle, il processo creativo è molto più libero. La produzione artistica del Novecento rappresenta il passato artistico degli Stati Uniti. Un secolo non è molto, per cui questo passato si sta costruendo ancora oggi. Più gli artisti sono liberi, più s’incrementa questa il patrimonio che si può definire passato.

 

Cos’è cambiato dopo l’11 settembre 2001?

La libertà e la creatività si sono ristrette. Bisogna superare  la paura che ha colpito l’America e tornare a camminare sulla strada libera, senza condizionamenti ideologici e di civiltà.

Puoi parlarmi dei tuoi attuali impegni artistici?

Sto lavorando da tempo a un libro che mi assorbe moltissimo. S’intitola Arte per le massaie. Ho dovuto studiare molto, documentarmi, imparare cose completamente nuove, estranee alla mia formazione e lontane anche dall’insegnamento che ho praticato in alcune Accademie di Belle Arti in Italia.

Di che si tratta?


Io non sono un’artista decorativa, ma voglio essere utile alla società, ho l’ambizione di contribuire a rendere migliore la realtà. Attraverso l’arte voglio essere utile al paese dove vivo.

Come?

Ritorno al concetto di consumismo. Quanti rifiuti produciamo quotidianamente nelle nostre abitazioni, sotto forma di plastica, carta, cartoni, legno, lattine varie… I rifiuti,  oltre a distruggere risorse, inquinano l’ambiente in modo sempre più devastante. Io mi sforzo di utilizzare per fini
artistici i materiali di scarto, i rifiuti della nostra quotidianità. Quindi, mi rivolgo alle donne che stanno in casa, alle massaie, per dimostrare come sia possibile produrre oggetti belli e utili, utilizzando materiali di scarto. Si tratta per certi aspetti di una operazione democratica.

Puoi spiegare questo concetto con un esempio? Cos’è la democrazia?


La partecipazione dei cittadini al governo per garantire a tutti il diritto di avere acqua, aria e cibo. Quando questo diritto viene minacciato o violato da una ristretta cerchia oppure da scelte interessate compiute da chi governa, viene meno il valore della democrazia. Se si distrugge l’ambiente, condizione primaria per avere acqua, aria e cibo, ecco che si attenta in modo drammatico alla democrazia. Sono concetti elementari, ma quando li illustro, qualcuno mi guarda come se fossi una pericolosa sovversiva.

Cosa pensi delle politiche culturali del Comune di Roma?

Non conosco Gianni Borgna, assessore alla cultura da tantissimi anni e non sono in grado di esprimere una valutazione sulla persona. Penso che le cose fatte in questi ultimi anni dipendano fondamentalmente dalla qualità della coalizione guidata da Walter Veltroni.

Che giudizio dai sull’operato del sindaco Veltroni?

E’ una persona straordinaria e mi piace moltissimo come opera. Sono orgogliosa di vivere in una città che ha per sindaco un  uomo come Walter Veltroni, votato direttamente dai cittadini. Gianni Alemanno e gli altri sfidanti non sono lontanamente paragonabili a lui e si sognano di riuscire a fare qualcosa che assomigli pallidamente a quanto realizzato dall’attuale sindaco. Mi auguro venga rieletto, per continuare l’opera di qualificazione e di modernizzazione di Roma.

Qual è il tratto distintivo della politica di Veltroni?

Ha capito che con la cultura si può dare una svolta alla città. Walter Veltroni ama la città, non soltanto perché vive a Roma, ma soprattutto perché vuole stare bene a Roma e di conseguenza vuole che anche i suoi concittadini si trovino bene. Questo è il suo segreto che si è trasformato nel principale merito.


Ci sono sollecitazioni creative provenienti dalla realtà italiana?

L’immenso patrimonio artistico che non si trova in nessuna altra parte del mondo consente di trovare stimoli ovunque. Il degrado non è bello e non mi piacciono gli artisti che si industriano a presentare gli aspetti negativi di una città e di una località. Io voglio trasformare le cose brutte, come la spazzatura e i rifiuti domestici, in cose belle. Il riciclaggio dei materiali, praticato con intelligenza e gusto, consente di creare cose belle.

Cosa rappresenta Roma per te?

In poche parole, volendo essere pragmatica, rappresenta la mia casa, il mio studio dove lavoro e dipingo, dove produco. Non cerco gli stimoli dalle località, da questo o quell’altro angolo di Roma, perché agisco sulle questioni generali legata all’esperienza, di cui ho parlato prima, anche con riferimento all’insegnamento di John Dewey.

Qual è il tuo stato d’animo?

La mia psiche è tonica, non per gli anni che passano, ma proprio perché ho l’esperienza di 52 anni. Il mio passato vissuto mi consente di essere serena e di potere contare sull’esperienza accumulata per alimentare la mia mente e trovare il giusto stato d’animo.

Da anni sei impegnata nella produzione di opere d’arte attraverso il riciclaggio di materiali di uso domestico. Hai dato un nome suggestivo a questa tua esperienza: Arte per massaie . In che cosa consiste?

In poche parole, significa fare con la spazzatura prodotta in casa e che va buttata, alimentando il grave fenomeno dell’inquinamento, opere d’arte e comunque cose belle. Si tratta di fare dai materiali di scarto, prodotti utili.

Puoi fare alcuni esempi?


Per i miei figli che andavano a scuola ha fabbricato fogli di disegno dalle buste di carta della spesa. Lo stesso si può fare con la plastica, con il cartone, con gli imballaggi di plastica e legno. Nessuno pensa, quando butta un involucro di cartone, quanta acqua è necessaria per produrlo, oltre agli alberi. L’acqua non è una risorsa inesauribile, al contrario di quello che si pensa.

Può esserci un accostamento alla Pop art?

Può certamente esserci, se il riferimento è alla Factory di Andy Warhol. Con le buste di plastica faccio borse, tappeti e con il legno anche mobili che poi dipingo trasformandole in opere d’arte. Con ogni prodotto riesco a fare un diario del mio vissuto.

Tu ami molto la Grecia e in particolare l’isola di Paros, nell’arcipelago delle Cicladi. Cosa ti ha spinto a questa scelta?

Sono innamorata della Grecia. Non posso vivere sempre in città. Debbo trovare un mio equilibrio stando a contatto con  il mare, l’aria piena di ione negativo, lo spazio aperto. Non bisogna dimenticare che sono nata in Texas, dove gli spazi sono immensi…

C’è una incidenza della civiltà ellenica nella tua decisione? Platone e Aristotele sono ancora attuali?



Sicuramente, perché la civiltà e la cultura occidentali sono nate proprio in Grecia. Non solo la filosofia ha avuto origine nell’Egeo, ma anche la psicologia in forme diverse rispetto a come la conosciamo oggi. Il teatro greco è un esempio. La lingua greca inoltre è ricca di sfumature e consente di descrivere con precisione gli stati d’animo. La parole amore  ha tre vocaboli, eros , agape , emeros , ognuno con significati e sfumature differenti. Io conosco poche frasi in  greco e mi rammarico di questo mio limite, perché riconosco che tutto inizia dalla cultura ellenica.

Qual è il tuo rapporto con la religione?

La religione deve tornare in chiesa e in casa e smetterla di condizionare la società. la fede religiosa è una scelta personale e per entrare in contatto con Dio non c’è bisogno di mediatore, nel senso di sacerdoti, pastori, imam, muezzin, monaci. Inoltre, nel nome di Dio non si può fare ciò che si vuole, a cominciare dalle guerre. Oggi c’è poca fede nella  religiosità e troppa politica. Anzi, mi sento di affermare che  la politica spesso si traveste da religiose. E questo costituisce una vera e propria ingiuria.

Sei per la tolleranza e l’integrazione culturale, etica e religiosa o ritieni che l’Occidente debba difendere la propria civiltà da possibili contaminazioni, anche se questo dovesse comportare uno scontro tra cristianesimo e Islam, come pretende Oriana Fallaci?

Non voglio neanche sentire quelle parole di tolleranza e  integrazione, perché le ritengo offensive per l’intelligenza umana. La diversità è una ricchezza e non deve rappresentare  una paura. Io sono americana e sono nata dalla contaminazione  e dalla mescolanza di popoli e culture. E sono venuta bene!

La guerra in Iraq è stata giusta?

 No, è stato un grave atto politico voluto dai neocon e dai loro capi George W. Bush e Donald Runsfeld per i propri  interessi personali. Hanno fatto la guerra per se stessi usando la vita degli altri. Questo è profondamente immorale.

Come se ne esce? L’Iraq è stato distrutto prima dalle bombe anglo-americane e poi dal terrorismo. Pensi che sarà possibile una pacificazione dopo la terribile scia di sangue e di morte?


Io temo che non se esca. Vedi, lo stato d’animo di coloro che guardavano alla guerra come un evento necessario, di fronte alle crescenti difficoltà hanno cambiato opinione, in America come altrove. Alcuni hanno vergogna ad ammetterlo, per ipocrisia e opportunismo. Ma Bush non ammetterà la sconfitta, per orgoglio e per irresponsabilità.

Qual è il reale sentimento degli americani sulla guerra in Iraq?

C’è molto disincanto, adesso che si rischia di perdere. Non c’è ancora la sindrome del Vietnam, ma la situazione economica spaventa la gente perché la guerra appare infinita e assorbe molte risorse che il mercato del petrolio non riesce a compensare, nonostante il continuo aumento del prezzo del  greggio.

 

Cosa di aspetti dal futuro?

Da oltre un anno sono in apprensione per quanto riguarda il futuro. Non so cosa attenderà i miei figli nei prossimi anni.  Questo mondo mi appare come una multiproprietà e io, in quanto comproprietaria, mi sento ingannata, defraudata, derubata. Non è un sentimento di poco conto. Bisogna non fare prevalere la sfiducia e il pessimismo, agire perché torni il bel tempo, a
cominciare dalla vittoria di Romano Prodi alle prossime elezioni, ma non posso dire di essere ottimista.


Grazie e auguri per il tuo lavoro.

Roma, 15 marzo 2006
Cfr. John Dewey, L’arte come esperienza , a cura di C.  Maltese, Firenze 1951. Edizioni successive: 1960, 1973.

Sull’argomento relativo al rapporto arte-esperienza e alle relazioni tra esperienza e natura, vedi Nicola Abbagnano, Storia della filosofia. Dallo Spiritualismo all’Esistenzialismo , Milano 2006, pp. 384-389.

Riconoscimenti e Copyright

Annalisa Rosso intervista Alexander Laurenzo

martedì, 26 gennaio 2010

transpersonal portraits


- Hai iniziato a fotografare e a pubblicare i tuoi lavori su riviste specializzate nel 1970. Da allora la tua carriera ha seguito percorsi vari e la tua opera è cambiata di conseguenza. Quanto è stato importante, ai fini della tua produzione attuale, questo processo?


Il percorso del mio passato, che non ho mai pensato in termine di carriera, è stato molto movimentato sia sotto l’aspetto esteriore (spostamenti geografici) sia sotto l’aspetto interiore (lavorativo, sociale). Forse due cose si possono dire: per lunghi periodi le necessità della vita hanno spinto il mio lavoro artistico al margine del quotidiano, e l’ho tenuto in vita come una piccola fiamma in attesa di “tempi migliori”. Quando però ho avuto occasione di lavorare in modo creativo, sentivo il bisogno di focalizzare l’attenzione sulla ricerca dell’essenza nelle immagini che creavo e che avrei voluto creare.



- La tecnica che utilizzi non è complessa. Eppure si tratta sempre di un intervento drastico, che rivoluziona il semplice concetto di scatto fotografico. Questa operazione è pura astrazione concettuale o credi che si tratti di un processo più articolato, per rendere l’immagine più vera del vero?


La tecnica per me è quasi sempre stata secondaria. Nasce dalle esigenze di esprimere una certa cosa. Questo può essere la realizzazione di un’immagine che vedo dentro – per così dire ad occhi chiusi – come può essere la curiosità di scoprire qualcosa che non riesco ad “immaginarmi”. Non mi ricordo di aver sviluppato concetti astratti a priori. Il rapporto della verità di una foto con altre verità fuori di essa, se c’è, può avere tutte le sfumature: corrispondenza – negazione – contrasto – ricordo -  previsione o altro.



- Quanto conta la tecnica, nel tuo modo di fotografare, e quanto è importante la capacità di suscitare un’emozione netta, inevitabile, che prescinde dall’esercizio di bravura? Tra occhio e cuore cosa ascolti di più quando scatti?


Credo, che per me l’occhio sia il punto sottile, dove la razionalità ed il cuore si toccano. Una fotografia – se sono fortunato – diventa un’espressione di questo incontro e riesce a trasmettere un’emozione a volte imprevedibile.



- I giochi di luce, le ombre e le nebulose che animano le tue immagini mi sembrano importanti almeno quanto – e forse più – dei soggetti ritratti. Visioni oniriche o fantasmi, sono aureole quasi mistiche che aleggiano attorno al nucleo della fotografia. Io ho l’impressione che questo senso di indefinito sia la chiave che rende emotivamente universali i tuoi lavori. Tu attribuisci un significato a questa vaghezza?


È vero che, soprattutto nel bianco e nero, la luce e l’ombra costituiscono la grammatica di un linguaggio che può abbracciare un oggetto, come un paesaggio, come un corpo. La luce esiste sempre – quella del sole e quella universale. Noi possiamo creare l’ombra. Il buio. Senza il buio non c’è forma. Non ci sarebbero cose visibili. Anche questo mondo non è che una sfera sospesa nel vuoto che interrompe un raggio di luce. Non solo nell’arte ma anche nel pensiero e nella letteratura esiste una vaghezza consapevole, che può essere molto più precisa (e sincera) di una affermazione nitida, che pretende di sapere e di dimostrare.



- Il tempo è una questione di primaria importanza nel tuo lavoro. Nei rapporti tra i soggetti ritratti, nel senso di malinconia che le fotografie portano con sé, nel gioco di proiezioni tra futuro e presente che spesso suggerisci. E, non da ultimo, le tue fotografie sembrano venire da molto lontano, da un tempo sospeso che esiste, ma chissà dove. Puoi spiegare questa sensazione? Ti appartiene?


Sarà difficile rispondere a questa domanda bellissima in modo breve e degno. Diciamo che è piuttosto lo sciogliersi del tempo che ha una certa importanza nel mio lavoro. Il concetto lineare del tempo che passa sviluppato nella nostra civiltà mi è sempre sembrato molto astratto e casuale. Cos’è questo “tempo”?  Presso alcune tribù indiane del Nord America, per esempio, esistono modelli completamente diversi di pensarlo. Lì non si conta una infinita quantità di giorni, di ore o di anni diversi. Il giorno è sempre lo stesso  giorno, che si ritira di sera e si alza con la prima luce del mattino – accumulando esperienza e saggezza. La sensazione di venire da molto lontano, da un tempo e anche da un luogo sospeso chissà dove? …sì. Questa sensazione non appartiene solo alle mie fotografie. Appartiene a me.



- A prescindere dall’emozione che suscitano, nei tuoi lavori si legge un forte equilibrio compositivo. Un pensiero forte, che sfiora il concettualismo e che amministri con mano ferma. E consapevole. Puoi parlarci della tua opera? Ti senti cosciente e padrone del tuo operato? E del flusso di sentimenti che genera?


Se mi sento padrone del mio lavoro e di quello che potrebbe suscitare? Assolutamente no. Soprattutto nel progetto dei ritratti transpersonali. Se si percepisce il flusso di una forza in queste immagini, è una forza che passa attraverso di me e mi usa come strumento.



- Perché hai scelto la dimensione del ritratto? Alcuni tra i migliori fotografi contemporanei l’hanno sistematicamente evitata. Altri vi si sono avvicinati dopo molto tempo. Tu come sei arrivato ad affrontare a viso aperto la forma di espressione artistica che forse più di ogni altra rende delicato e coinvolgente il ruolo dell’artista?


In verità non ho fatto tanti ritratti. C’era un progetto di ritratti quando ero ancora studente in California, cioè nel 1984. Mi piaceva molto fotografare paesaggi, oggetti o persone in rapporto con un paesaggio. Poi intorno al ‘90 è nato il primo ritratto transpersonale. Se uno pensa che in diciotto anni ho fatto dodici ritratti non si può proprio dire che ho sviluppato un’attività frenetica in questo campo. Nel ritratto transpersonale ho forse trovato una forma di ritratto che riesce a viaggiare nella profondità dell’anima che trascende l’individuale – evitando così il confronto con l’individuo.









Annalisa Rosso intervista Sandra Miranda Pattin

martedì, 26 gennaio 2010

Annalisa Rosso intervista Sandra Miranda Pattin darante la preparazione della mostra “Sacra Lumen”

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- I tuoi lavori hanno una dimensione etnica forte. I materiali che utilizzi evocano storie lontane nello spazio e nel tempo. I colori sono quelli della terra o comunque naturali. Niente plastica, nessun accenno pop. Anzi, si può dire che tu sia all’antitesi di certa cultura occidentale sintetica e ipertrofica. Ti sei trasferita in Italia da Bogotà (Colombia) nel 1998. Quanto di questo spostamento si riflette nel tuo sguardo antropologico? È un tratto che ricerchi consapevolmente o una caratteristica spontanea, quasi inconscia?

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C’è un po’ di entrambe le cose. Viaggiare è una sorta di bisogno, apre la porta di stanze remote dentro di me e ne crea di nuove, per ciò il percorso tracciato diventa uno sguardo antropologico, è quasi una sintesi di ciò che si assorbe lungo il percorso. I materiali sono legati ad un senso molto istintivo, primitivo, sono materiali che esistono da molto più tempo che quelli più legati alla cultura pop come ad esempio la plastica, per ciò credo che richiamino sensazioni molto più profonde nelle persone. A me interessa toccare la gente, in modo sottile e soave, attraverso un linguaggio a volte quasi impercettibile ma che rimane inconsciamente inciso su di noi. Io non voglio urlare ma sussurrare con abbastanza forza da farmi ascoltare.

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- La materia è sempre presente nei tuoi lavori. Le tue opere sono concrete, reali, solide. Anche quando si tratta di performance. Una traccia profonda, legata a una femminilità archetipica. La donna simbolo di fertilità ma anche capace di occuparsi degli altri e confrontarsi in pratica con i grandi temi della vita. Nascita, morte, malattia. Penso a Allow, in cui tu lavi i capelli a una ragazza e poi lei ti rende il gesto. Questa tangibile corporeità è legata al tuo essere un’artista donna?

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Io non sono una femminista ma senz’altro essere un’artista donna fa riflettere su molte cose. Io vivo in prima persona le molte cose delle quali le donne si privano per essere forti, soprattutto quando si è lontani da casa, quando si è soli e si deve dunque sopravvivere sperando di essere feriti il meno possibile. Allow è permettersi un gesto che ne possa restituire un altro. Un gesto d’amore che ci permettiamo poco magari per paura di non riceverlo mai indietro o per paura di esporci, di diventare vulnerabili. È una riflessione che io vivo da donna più che da artista.

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- Mixed media. Sono parole che usi per definire il tuo lavoro. Oltre all’inventario di materiali tra i più svariati che utilizzi per le tue installazioni, ti esprimi anche attraverso la scrittura. Un tuo romanzo in spagnolo è stato pubblicato on line sul sito www.yoescribo.org. Sei curatrice di mostre. Hai fondato la rivista ArtSEEN (www.artseenjournal.com) e il sito d-side Art (www.d-sideart.com), una piattaforma che permette a critici, giornalisti, curatori, artisti e appassionati di entrare in contatto. Il tuo operato è decisamente molteplice. Da cosa derivano questi piani diversi eppure complementari?

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La scrittura è la prima espressione creativa della mia vita, agli occhi di tanti compagni di scuola io sarei dovuta diventare una scrittrice. Il mio percorso creativo dunque inizia da questo, ed è diventata quasi una pratica quotidiana nella mia vita, qualche volta l’ho portata a confrontarsi col pubblico ed è qualcosa che vorrei ancora esplorare. Le attività che ho intrapreso sono legate alla mia voglia di dialogare con altri artisti, di creare un dialogo che sembra essere diventato impossibile ed irraggiungibile. C’entra molto anche la mia curiosità e voglia insaziabile di imparare, di guardare, osservare ed assorbire, le mie opere alla fine si alimentano anche da questo.

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- Dici che collezioni “piccoli oggetti, contenitori, vetro, parole, cose”. Una tua opera si intitola Collezione di Lacrime. Raccogli materia e sentimento. Un desiderio di fermare il tempo, di salvare dal decadimento quello che hai scelto e ha un significato. Un atto che si contrappone alla perdita. Anche il tempo, nei tuoi lavori, sembra bloccato. Ti riconosci in questa idea di a-temporalità che ha un sapore salvifico?

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Conservare momenti, pensieri oppure oggetti che ci riportano nel tempo mi permette di imparare, di osservare, di salvaguardare ogni volta ciò che ci ricorda la nostra umanità, il passaggio del tempo. Ogni evento lascia una sua traccia di qualcosa che si è persa per sempre, mi interessa legarmi all’importanza di un evento per il mio presente. Nel caso specifico delle lacrime è stato, oltre che un esercizio interessante, un modo di quantificare il dolore per un periodo di tempo, per renderci conto dell’influenza e della traccia che alcuni episodi lasciano nella nostra vita, quanto tempo investiamo nel dolore, è anche esso una sorta di guarigione. Collezionare è comunque qualcosa che faccio da sempre e che forse ho imparato a fare da mio padre, andavamo ai mercatini dell’antiquariato e lui con occhio esperto riusciva molto spesso a scoprire degli oggetti importanti, per me era quasi una caccia al tesoro. Quindi gli oggetti sono legati anche a momenti speciali che ho trascorso con mio padre e che rimangono qualcosa da conservare.

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- La tua opera ha una forte componente spirituale. Una tua installazione è ospitata in una chiesa antica ed è diventata parte integrante dello spirito sacrale del posto. Una sensibilità dal forte tasso mistico. Quanto c’è di religioso in tutto questo e quanto, invece, è legato a una dimensione immateriale e ascetica ma non per questo devozionale?

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Io sono credente ma non religiosa, comunque le religioni mi interessano dal punto di vista dei rituali, dei culti che si utilizzano per custodire preghiere e pensieri e desideri. È bellissimo il gesto di fede, di credere, di depositare un nostro pensiero in un luogo sacro. È altrettanto vero che le persone hanno bisogno di spazio per parlare ma di uno spazio che sia in qualche modo sacro, speciale e questo nel comune popolare è legato alla religione, a luoghi di culto come le chiese che io amo molto. I templi mi affascinano proprio perché hanno il potere di far dialogare le persone intimamente con se stesse.

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- Le tue attività non strettamente creative sono legate a una necessità di divulgazione dell’arte. Tua e altrui. Oltre alla rivista ArtSEEN e il portale d-side Art che hai contribuito a realizzare, hai un blog e un sito tuo (www.sandramiranda.com). Perché per te è importante la comunicazione del mondo dell’arte contemporanea? E come ti muovi nel mondo virtuale?

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La comunicazione è indispensabile, io come artista voglio innanzitutto comunicare, oggi il mondo ci offre il modo per farlo ma è anche un ostacolo perché ora più che mai dobbiamo imparare la forma, altrimenti potremmo perderci nell’immenso oceano della comunicazione di massa oramai percepita superficialmente. Oltre a ciò che si dice è importante più che mai come si dice, per ciò vivo il contrasto della comunicazione, del tessere la rete che lega il mio lavoro anche a qualcuno che si trova molto lontano mentre nelle mie opere, soprattutto quelle più recenti, c’è molto più silenzio, la pausa necessaria per assimilare l’informazione. Mi muovo abbastanza bene nel mondo virtuale ma mi rendo conto di quanto esso contribuisca alla mia già innata solitudine, per ciò cerco sempre di fare interagire in qualche modo le persone con le mie opere, per recuperare la nostra capacità di rapportarci.

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- Le tue opere sono dense di emozioni selvagge. Sentimenti profondi, universali, bassi come il gorgoglio di un fiume sotterraneo pronto a rivelarsi. Un tema a te caro è quello del fuoco, che affronti in questa mostra. Potenza assoluta, fragore dirompente, pensieri magmatici. Il fuoco è violento e pericoloso. Ma anche fondamento di tutte le culture, portatore di vita e crescita. Come gestisci questo aspetto irrazionale e brutale dei tuoi lavori? Come lo sposi con il lato più delicato e sensibile, che altrettanto spesso affiora?

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Il fuoco è un elemento contrastante di per sé, nel suo silenzio o meglio nel suo far rumore così piano da non sentirlo è capace di diffondersi, distruggere, ma è la stessa forza della vita, dell’amore se vogliamo, così contrastante. L’acqua che è l’altro elemento che a me interessa maggiormente è senz’altro il suo rivale, per ciò è naturale che nel mio percorso entrambi gli elementi vengano esplorati. Mi interessa il fatto che ognuno contiene gli estremi della vita, la gioia, il dolore, la calma e la tempesta e noi che ci troviamo in bilico fra di loro.

in arrivo su m’arte

lunedì, 18 gennaio 2010

ermenegildo atzori, sabato 13 marzo 2010, ombre di fuoco

vittorio marangoni, sabato 17 aprile 2010

bogomir krajnc, sabato 22 maggio 2010

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saldi di fine stagione, show group, sabato 10 luglio – 30 settembre

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giovedì, 14 gennaio 2010

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