Annalisa Rosso intervista Alexander Laurenzo

transpersonal portraits


- Hai iniziato a fotografare e a pubblicare i tuoi lavori su riviste specializzate nel 1970. Da allora la tua carriera ha seguito percorsi vari e la tua opera è cambiata di conseguenza. Quanto è stato importante, ai fini della tua produzione attuale, questo processo?


Il percorso del mio passato, che non ho mai pensato in termine di carriera, è stato molto movimentato sia sotto l’aspetto esteriore (spostamenti geografici) sia sotto l’aspetto interiore (lavorativo, sociale). Forse due cose si possono dire: per lunghi periodi le necessità della vita hanno spinto il mio lavoro artistico al margine del quotidiano, e l’ho tenuto in vita come una piccola fiamma in attesa di “tempi migliori”. Quando però ho avuto occasione di lavorare in modo creativo, sentivo il bisogno di focalizzare l’attenzione sulla ricerca dell’essenza nelle immagini che creavo e che avrei voluto creare.



- La tecnica che utilizzi non è complessa. Eppure si tratta sempre di un intervento drastico, che rivoluziona il semplice concetto di scatto fotografico. Questa operazione è pura astrazione concettuale o credi che si tratti di un processo più articolato, per rendere l’immagine più vera del vero?


La tecnica per me è quasi sempre stata secondaria. Nasce dalle esigenze di esprimere una certa cosa. Questo può essere la realizzazione di un’immagine che vedo dentro – per così dire ad occhi chiusi – come può essere la curiosità di scoprire qualcosa che non riesco ad “immaginarmi”. Non mi ricordo di aver sviluppato concetti astratti a priori. Il rapporto della verità di una foto con altre verità fuori di essa, se c’è, può avere tutte le sfumature: corrispondenza – negazione – contrasto – ricordo -  previsione o altro.



- Quanto conta la tecnica, nel tuo modo di fotografare, e quanto è importante la capacità di suscitare un’emozione netta, inevitabile, che prescinde dall’esercizio di bravura? Tra occhio e cuore cosa ascolti di più quando scatti?


Credo, che per me l’occhio sia il punto sottile, dove la razionalità ed il cuore si toccano. Una fotografia – se sono fortunato – diventa un’espressione di questo incontro e riesce a trasmettere un’emozione a volte imprevedibile.



- I giochi di luce, le ombre e le nebulose che animano le tue immagini mi sembrano importanti almeno quanto – e forse più – dei soggetti ritratti. Visioni oniriche o fantasmi, sono aureole quasi mistiche che aleggiano attorno al nucleo della fotografia. Io ho l’impressione che questo senso di indefinito sia la chiave che rende emotivamente universali i tuoi lavori. Tu attribuisci un significato a questa vaghezza?


È vero che, soprattutto nel bianco e nero, la luce e l’ombra costituiscono la grammatica di un linguaggio che può abbracciare un oggetto, come un paesaggio, come un corpo. La luce esiste sempre – quella del sole e quella universale. Noi possiamo creare l’ombra. Il buio. Senza il buio non c’è forma. Non ci sarebbero cose visibili. Anche questo mondo non è che una sfera sospesa nel vuoto che interrompe un raggio di luce. Non solo nell’arte ma anche nel pensiero e nella letteratura esiste una vaghezza consapevole, che può essere molto più precisa (e sincera) di una affermazione nitida, che pretende di sapere e di dimostrare.



- Il tempo è una questione di primaria importanza nel tuo lavoro. Nei rapporti tra i soggetti ritratti, nel senso di malinconia che le fotografie portano con sé, nel gioco di proiezioni tra futuro e presente che spesso suggerisci. E, non da ultimo, le tue fotografie sembrano venire da molto lontano, da un tempo sospeso che esiste, ma chissà dove. Puoi spiegare questa sensazione? Ti appartiene?


Sarà difficile rispondere a questa domanda bellissima in modo breve e degno. Diciamo che è piuttosto lo sciogliersi del tempo che ha una certa importanza nel mio lavoro. Il concetto lineare del tempo che passa sviluppato nella nostra civiltà mi è sempre sembrato molto astratto e casuale. Cos’è questo “tempo”?  Presso alcune tribù indiane del Nord America, per esempio, esistono modelli completamente diversi di pensarlo. Lì non si conta una infinita quantità di giorni, di ore o di anni diversi. Il giorno è sempre lo stesso  giorno, che si ritira di sera e si alza con la prima luce del mattino – accumulando esperienza e saggezza. La sensazione di venire da molto lontano, da un tempo e anche da un luogo sospeso chissà dove? …sì. Questa sensazione non appartiene solo alle mie fotografie. Appartiene a me.



- A prescindere dall’emozione che suscitano, nei tuoi lavori si legge un forte equilibrio compositivo. Un pensiero forte, che sfiora il concettualismo e che amministri con mano ferma. E consapevole. Puoi parlarci della tua opera? Ti senti cosciente e padrone del tuo operato? E del flusso di sentimenti che genera?


Se mi sento padrone del mio lavoro e di quello che potrebbe suscitare? Assolutamente no. Soprattutto nel progetto dei ritratti transpersonali. Se si percepisce il flusso di una forza in queste immagini, è una forza che passa attraverso di me e mi usa come strumento.



- Perché hai scelto la dimensione del ritratto? Alcuni tra i migliori fotografi contemporanei l’hanno sistematicamente evitata. Altri vi si sono avvicinati dopo molto tempo. Tu come sei arrivato ad affrontare a viso aperto la forma di espressione artistica che forse più di ogni altra rende delicato e coinvolgente il ruolo dell’artista?


In verità non ho fatto tanti ritratti. C’era un progetto di ritratti quando ero ancora studente in California, cioè nel 1984. Mi piaceva molto fotografare paesaggi, oggetti o persone in rapporto con un paesaggio. Poi intorno al ‘90 è nato il primo ritratto transpersonale. Se uno pensa che in diciotto anni ho fatto dodici ritratti non si può proprio dire che ho sviluppato un’attività frenetica in questo campo. Nel ritratto transpersonale ho forse trovato una forma di ritratto che riesce a viaggiare nella profondità dell’anima che trascende l’individuale – evitando così il confronto con l’individuo.









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